21 ottobre 2006

Solo per me (post di servizio)


Questo blog non so nemmeno perché esiste. So perché è nato, so perché è morto, ma non so perché esiste.
Mi piace scrivere, ma non ne ho voglia. Non mi piace avere approvazione, anzi preferisco le critiche negative. L’odio è uno dei pochi sentimenti sinceri dell’essere umano, in cui viene fuori l’Io più nascosto e vero.
Non voglio essere adulato né smerdato. Voglio passare inosservato.
Sono così pieno di me stesso che non vedo nemmeno me stesso, ed è grave, molto grave. È quando ci si misura con la realtà, la realtà vera, non quella dell’universo ovattato della propria stanza di aspirazione borghese ed intellettualoide che per quelli come me sorgono i problemi.
D’altronde dal DNA non si scappa, e se dentro vi è scritto il futuro, allora sono veramente nella merda.

13 ottobre 2006

Stavolta ritornano di sicuro

La Margherita terrà un seminario con questo titolo:
Teodem: una nuova questione cattolica.
Valori e politica nella società postsecolare.
Io ho paura.

That's Entertainment!


Certi film bisogna vederli almeno una seconda volta.
Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Rancoroso, sospettoso, infelice. La capitolazione, la resa procurata dall'insofferenza per la prigione che è l'esistenza. La sua Waterloo, dagli altari dei titoli mondiali alla polvere degli spettacoli di varietà nei nightclub di quart'ordine. Il rifiutarsi di smussare gli angoli, di mostrarsi più mansueto, di sorridere. Il rifiuto di accettare certi sogni che non si avverano mai, certi traguardi impossibili. Il fratello che gli chiede: «cos'è che non va?» «che cos'è che non va? le mie mani. c'ho le mani piccole, le mani di una ragazzina» «e che significa?!» «sai che significa? che anche se divento grosso, anche se batto tutti, qualunque cosa faccia io non potrò mai combattere con Joe Louis.» «e certo, lui è massimo e tu sei un medio, lo credo» «ma non avrò mai l'occasione di combattere col migliore che esiste e... e invece io so che... sono meglio di lui. E non avrò mai quest'occasione. E tu mi chiedi cos'è che non va.»
L'esistenza come epopea, e il rifiutarsi di andare a tappeto, neanche per finta, neanche quando decide di perdere. Ma anche la vita come spettacolo.
«Me li ricordo ancora gli applausi, me li sento ancora nelle orecchie, e me li porterò dietro per tutta la vita. Mi ricordo una sera levai l’accappatoio e cascò il mondo: m’ero scordato i calzoncini. Ricordo tutti i KO., tutti i ganci, tutti i jab: è il sistema peggiore per fare una bella cura dimagrante. La mia non è stata una vita squallida: anch’io ho avuto… Ma mi farebbe piacere sentirmi applaudire quando recito come fate con Laurence Olivier quando recita Shakespeare: "Un cavallo, un cavallo. Il mio regno per un cavallo"… Sono sei mesi che non ne becco uno! Ma io non sono Olivier, anche se mi farebbe piacere. E poi lo vorrei vedere sul quadrato a recitare: se con Sugar si misurasse, chi sa quante ne pigliasse! Per cui datemi un’arena giacché il Toro si scatena, perché oltre al pugilato sono attore raffinato! Questo è spettacolo!»

08 ottobre 2006

Perplessità

Montezemolo definisce la Finanziaria "da socialismo reale" e Berlusconi afferma che "hanno copiato Stalin".
Sarà, ma io continuo a non sentirmi tanto tranquillo...

28 settembre 2006

Ingratitudine

Pietro Verri, in Roma, vedeva una città «ancor grande e magnifica ne' sassi e piccolissima nelle teste umane» dei suoi abitanti.
Sebbene sia l'affermazione di un milanese, concordo pienamente.

Play the tape, John, play the tape


Il 28 settembre di quindici anni fa abbiamo perso Miles Davis.
L'avevo ascoltato per caso in qualche pezzo con Bird e Dizzy, quando il jazz non sapevo nemmeno cosa fosse e pensandoci mi veniva in mente solo il faccione da clown di Louis Armstrong.
Il jazz, roba per borghesi pantofolai, pensavo.
Ma poi mi capitò tra le mani Kind of Blue, e poco dopo In a Silent Way.
Dopo averlo scoperto, tutto è cambiato.
Io sono cambiato.

«Play the tape, John, play the tape.»

27 settembre 2006

Elogio del Bar

Riprendo a scrivere su questo blog, ho deciso. Almeno qualcosa, sebbene di poco conto, nella vita, non voglio iniziarla e lasciarla inconclusa. Magari iniziando dalle cose di poco valore imparo a portare a termine quelle più importanti...
E sia, se la mia proposta di blog collettivo, di contenitore di informazioni, di agorà digitale, è andata perduta. Vuol dire che il destino di questo blog è quello di essere solo un altro blog, però il mio. Ci scriverò quando ne avrò tempo e soprattutto voglia, perché non sempre il parlare è positivo. C'è tanta gente che parla per parlare, e a me questa gente mette una tristezza infinita. Spesso è meglio tenere la bocca chiusa, essere in silenzio, non essere in casa, non essere in sè.
Ho passato un estate piacevole, trascorrendo stupendi pomeriggi di sole e mare, e serate di cui al mattino dopo non ricordavo la fine. Ho consolidato o riallacciato i rapporti con i vecchi amici, perché senza gli amici non sei niente, non vali niente.
Ma tra gli amici ho anche avvertito i primi segni del dividersi delle strade, non sempre, o almeno, non solo, per fatalità. Certe volte mi è sembrata una scelta.
Quando si è ragazzi siamo tutti uguali. Poi pian piano si comincia a crescere, e qualcuno, nel progettare (se è lecito) il proprio futuro, comincia a badare anche alle amicizie. Non a cosa sono state, ma a cosa saranno, a cosa serviranno.
Assistere e poi pensare a questo, nelle ultime settimane del mio soggiorno salentino, era ciò che appena arrivata la sera mi spingeva a correre al bar.
Il bar. Un approdo sicuro per tutte le anime clandestine, scoperte, alla deriva. Quando ti senti solo e stanco, battuto, il bar è lì che ti aspetta, col suo bancone lucido, che sia di metallo, marmo o legno, le luci soffuse, la musica bassa che ti accarezza, il bravo barista, che qualcuno dovrebbero beatificarlo, che sa sempre esserti amico sincero e, dietro di lui, le bottiglie. Le bottiglie luccicanti, ammiccanti, languide. Il solo guardarle ti rimette il cuore a posto, ti senti al sicuro, protetto. Lì, appollaiato allo sgabello, chiedi qualcosa - che poi chiedi sempre le solite due o tre cose - e mandato giù il primo sorso, ti accorgi che, in fondo, non va poi così male...
E siccome in questo post l'influenza caposseliana (caposseliana... Federico Fellini disse: «Felliniano... Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo.») è a dir poco evidente, mi piace concludere con un pezzo del suo Non si muore tutte le mattine:
Però... c'è chi beve e si vanta della sua ubriachezza... c'è chi si ubriaca e poi si vergogna dei suoi sentimenti... io osservo tutto questo e lo sopporto bevendo. Un bicchiere è un'arma impropria quando lo appoggi vicino al cuore... la vita va corretta, eccome, è troppo dura da buttare giù liscia... il bar non te li regala i ricordi, ma i ricordi di portano sempre... al bar.





11 luglio 2006

A l'incontré!


La sera di domenica 9, lo confesso, ho solo gioito. Mi dichiaro colpevole, non riesco a spiegarmi cotanto ardore nella manifestazione di gioia per la vittoria dei nostri a Berlino che porta allo strombazzo selvaggio per tutta la notte, o addirittura a mettermi a mollo in qualche fontana. E non ho mai intonato il fatidico po-popo-po-po-pooo-po. Anzi, un po' mi fa pure impressione. Inutile dire che ho visto seguito la manifestazione in tv.
L’apoteosi era già iniziata domenica sera, quando al quinto rigore messo a segno dal ligio Fabio Grosso, fisico mingherlino – si fa per dire – e faccia da bravo ragazzo, le arterie che collegano le periferie romane al cuore della città eterna venivano invase da migliaia di carrozzoni festosi e urlanti. Al grido dell’ormai inflazionato succitato coro assalivano le strade le macchine agghindate a festa, ognuna col suo tricolore d’ordinanza, e trasportavano aitanti ragazzotti che già si figuravano a tuffarsi nelle fontane del Valadier o in quelle del Bernini, o casalinghe annoiate entrate in macchina per far contenta la prole, o lavoratori gioiosi in viso come se essi stessi avessero contribuito, fattivamente, all’epopea calcistica che la Nazionale italiana ha concluso vittoriosa dopo una partenza mediocre, tra lo scetticismo di media e tifosi, complice anche l’apertura del vaso di Pandora ad opera della magistratura sportiva. Ma ciò che è accaduto ieri, la follia collettiva che ha contagiato un milione di persone adoranti verso il bus 110 open, sottoposto all’azzurro restyling e, ironia della sorte, acquistato usato da Veltroni proprio a Parigi, che procedeva a passo d’uomo portando sul dorso della folla i vittoriosi reduci, è qualcosa di inedito nella storia dello sport, anche di quello nazional-popolare. Una prelibatezza per i sociologi.
Tutto ha inizio con l’arrivo dei campioni del mondo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, usato fino a ieri solo per arrivi e partenze istituzionali, felici o funeste che fossero. Gli addetti alla sicurezza sono costretti a predisporre una grande area transennata per gestire l’afflusso della moltitudine in canottiera e calzoncini giunta a rendere lode ai nostri eroi. In cielo s’innalzano le patrie tinte delle frecce tricolori, e a terra la fanfara omaggia i paladini con le arie che hanno fatto e fanno grande il Belpaese. Poi tutti su due pullman di linea, i cui autisti affronteranno anch’essi un’epopea: portare gli azzurri dal presidente Romani Prodi, che li attende a Palazzo Chigi.
La carovana che riporta a Roma i ragazzi di Marcello Lippi incontra già dal principio i primi, benevoli ostacoli. La gente è assiepata ovunque ad attendere il passaggio degli autori del riscatto sportivo, che diviene quello di una vita per un terzo passata a lavorare, un altro a dormiree il resto davanti al televisore.
La Nazionale giunge così al cospetto del capo del Governo con oltre due ore di ritardo. Si deve procedere in fretta, al Circo Massimo ci sono già settecentomila persone, ed altre ne stanno arrivando. Prodi nel suo discorso ringrazia la squadra perché «avete dimostrato che i buoni risultati si ottengono con la fatica, il sudore e l’impegno». Si procede velocemente alla distribuzione del ricordino istituzionale. Al rompete le righe scatta la ressa di giornalisti, funzionari, impiegati di Palazzo Chigi con figli al seguito, chi con un pallone o una maglia da farsi autografare, chi con il telefonino in mano, pronto a puntarlo sul primo azzurro gli capiti a tiro.
Si riparte. O meglio sarebbe dire si parte. Perché è adesso che inizia il vero bagno di folla, il vero compenso per queste ventisette persone che hanno regalato la felicità ai calciofili italiani, da troppo tempo all’asciutto di riconoscimenti internazionali. Il pullman percorre via del Corso e arriva a Piazza Venezia, invasa da una ressa festante, sudaticcia e alticcia. Il capitano Fabio Cannavaro si è portato alla punta del mezzo, viene in mente la flotta di Ulisse, il cui mozzo è sulla prua di un veliero, al ritorno a Itaca. Il difensore napoletano aizza ancorpiù la gente, le sorride, la fomenta, e ci sguazza dentro, mentre il 110 solca il mare di bandiere tricolori e cartelli del tipo «Zizu pjatela n'der cù».
Del Piero ha una bottiglia in mano e non la poserà fino all’arrivo a destinazione.
Il bus impiega circa quaranta minuti per compiere il suo tragitto di appena due chilometri, ma siamo in vena di imprese eroiche, ed è giusto che anche il suo autista dia il suo contributo.
Quando finalmente i campioni del mondo riescono a mettere i piedi a terra, guadagnano il palco nel fragore imperiale delle trombe in stile antica Roma. Ormai è il delirio, la legittimazione di questa follia collettiva che ha colpito tutti. Anche Carlo Verdone, chiamato a presentare la serata, urla, stringe, abbraccia, bacia, si dimena, esorta la folla all’esecuzione di cori di alè-oh-oh, vuol costringere il più posato Totti a far dire che sì, ai prossimi Europei ci sarà ancora. Il palco trabocca di gente, da sotto le persone, un milione, fanno fatica a scorgere i propri beniamini. Si riconosce sicuramente Del Piero, che ha finito la bottiglia e ora appollaiato sulla ringhiera urla sorridente a dorso nudo cercando invano di seguire le parole di “We are the campions”.
Dopo l’esecuzione di vari inni all’Italia (quello di Mameli ma anche Azzurro di Celentano, con tanto di trenino), qualche supporter un po’ troppo ardito che tenta di salire anche lui sul palco (dopotutto c’erano saliti cani e porci) e la lettura del messaggio del presidente Napolitano che non ascolta nessuno, i nostri eroi salutano la folla osannante e risalgono sul pullman che li porterà dalle loro famiglie.
C’è chi ha visto passare il 110 azzurro al ritorno, e giura di averli visti accovacciati al piano di sotto a dormire…
Bhè... quasi quasi lo scrivo.... Viva l'Italia!

29 giugno 2006

Pop Parade

Ieri si è tenuta la Pop Parade, manifestazione contro la precarietà , per l'abolizione della legge 30 e del pacchetto Treu. Organizzata da reti di movimento, collettivi di precari, sindacati di base, studenti, senza casa, la parata ha percorso circa sei chilometri riversando musica, rabbia e rivendicazione dei propri diritti sulla città ormai stanca delle otto ore e in procinto di andare a dormire. Per poi svegliarsi l'indomani mattina, riempire il portabagagli della macchina e, sfuttando il ponte di San Pietro e Paolo, partire verso il mare. E poi lunedì di nuovo al lavoro. Relax comandato. In fondo si è manifestato anche contro questo.
"Il sindaco Veltroni rivendica con orgoglio la crescita del 4,1% del Pil cittadino, ma dimentica il fatto che la Roma dello sviluppo edilizio selvaggio, degli squali del mattone, delle opere dei grandi architetti, la Roma dei servizi alla persona e alle imprese, dell'industria dello spettacolo e della vetrina culturale fatta di happening e grandi eventi, cresce sulle spalle della precarietà diffusa", si legge sul flyer che annuncia l'iniziativa.
Una partecipazione tutto sommato positiva. Il carosello era composto da operatori del terzo settore, lavoratori dei canili, precari della Sanità e ricercatori dell'università, precari Istat e lavoratori Atesia, precari dello spettacolo e attivisti delle produzioni culturali indipendenti.
Alla fine però, tornando a casa un po' barcollante e sudaticcio, percorrendo nottetempo la Roma imperiale insolitamente a misura d'uomo, scuoto la testa e borbotto sotto il sempre vigile sguardo dell'esagerato schieramento di carabinieri, accasciati, intontiti dalla maratona e dall'impossibilità di ripararsi dall'infausto vento portatore di tecno che li assale, chi sul muretto che circonda Circo Massimo, chi al camioncino dei panini, chi in disparte a litigare al telefono con la fidanzata. A riposo, anche loro, al bivacco.
E penso a cosa può essere servita questa serata, se è questo il modo giusto di farsi sentire, quanto funzioni.


26 giugno 2006

Referendum

Vabbè, c'è bisuegnu cu commentu!?

24 giugno 2006

Lavoratoriiiii!!!??



Leggo su Repubblica.it di un ragazzo morto mentre lavorava. Si chiamava Antonio, era di Messina, aveva 25 venticinque anni e quel lavoro lo faceva da tre giorni.
«L'incidente - sottolinea l'Anas - è avvenuto al di fuori dalla strada statale 114 in esercizio, per cui, a differenza di quanto segnalato da alcuni mass media, non ha avuto conseguenze sulla circolazione». Che culo.
Ogni anno nel mondo oltre 2 milioni e 200 mila persone muoiono per cause di lavoro. E circa 270 milioni di lavoratori restano vittima di incidenti non mortali. Su circa 2,2 milioni di morti l'anno, si calcola che "solo" 350.000 siano dovute a infortuni. Tutti gli altri - 1 milione e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo è responsabile di circa 100.000 morti l'anno).
Per quanto riguarda la situazione dell'Italia, l'Inail comunica che le "morti bianche" sono in diminuzione. Nel 2004, 1.400 persone sono morte sul lavoro; l'anno scorso 1.300. Se ho fatto bene i conti, significa che in media ogni giorno ne muoiono quattro. E sono solo i casi "dichiarati", perché molto spesso gli incidenti non vengono denunciati e i decessi sul lavoro sono camuffati fingendo che siano avvenuti lontano dal cantiere.
Dal rapporto emerge che la media nazionale di infortuni sul lavoro si attesta intorno al 7,7%, «anche se permangono forti divari a livello territoriale e di genere». Guardacaso dal grafico qui sotto si può notare che ad alzare la media è il sud: nord e centro intorno al 7%, sud e isole quasi 20%.E come se non bastasse: «Ma chi sono gli interinali? Si tratta per lo più di uomini (57%), giovani (l'85% ha meno di 40 anni), con un basso profilo scolastico (più della metà non ha un diploma) e uno su cinque è extracomunitario; nello scorso anno un interinale su tre è stato assunto a tempo indeterminato.
L'incremento della base occupazionale si riflette in misura più contenuta anche sugli infortuni sul lavoro: oltre 13mila quelli occorsi nel 2005, in crescita del 3% circa rispetto al 2003. Poco più di una decina l'anno i casi mortali e di questi circa un terzo avvenuti in itinere.
Gli infortuni sono concentrati prevalentemente (75% dei casi) nelle regioni del Nord dove queste forme contrattuali sono molto più diffuse (in particolare Lombardia ed Emilia Romagna); appena il 10% le denunce registrare nel Mezzogiorno, anche se nel corso del triennio sono aumentate in misura notevole.
In termini di rischio, il tasso di frequenza di infortunio per i lavoratori interinali, valutato tenendo conto che svolgono un lavoro temporaneo e generalmente di durata inferiore all'anno, risulta molto elevato e pari circa al doppio di quello che si registra per il complesso degli addetti dell'Industria e Servizi. La spiegazione va ricercata oltre che nelle particolari caratteristiche contrattuali anche nel tipo di attività svolta: si tratta per lo più di operai adibiti a lavori manuali nei settori del manifatturiero, delle costruzioni e dei trasporti.»
Ora, questa uscita sarà pure post-adolescenziale ma io mi sento di riportare il testo di Povera vita mia, dei 99 posse:
Alle volte mi ritrovo con la testa tra le mani
e penso di essere diventato pazzo
mi dico cazzo! non è reale qua mi devo calmare
eh già, devo stare calmo, riprendere il controllo,
lucidità, perché fa caldo qua,
senti che caldo che fa, si muore, ma si fa per dire
non è che fa caldo e uno muore
a meno che non sia anziano e c'abbia problemi col cuore
o di pressione, ma non è che fa caldo e uno muore
il caldo è una cosa naturale, come andare a lavorare
C'è l'affitto da pagare? Vai a lavorare,
lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare,
cassaintegrare, ma non è che ti possono ammazzare,
non è così, perdio, non è così che deve andare,
cazzo, morire, cazzo morire per poco più di un milione
non può capitare, ma non si sa come
succede ogni giorno a ben tre persone
e io sarei il pazzo! mille morti l'anno è una guerra perdio
ed io sono un pazzo fottuto che con una guerra in corso
vado ancora in giro disarmato, un pazzo, un pazzo fottuto

Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna

Più ci penso e più mi è chiaro
il fatto che non sono diventato pazzo
è solo che là fuori c'è qualcuno
che si è messo in testa di ammazzarci tutti
e puoi giurarci che nemmeno lui è pazzo
pazzo è riduttivo per un serial killer recidivo
che poi non è neanche uno
perché sono tanti e sono pure tanto ricchi
e potenti e sfacciati maledetti siano loro
e chi cazzo li ha creati, avidi assassini senza scrupoli
che intascano un miliardo ogni due mesi
e si permettono di parlare
di taglio alle spese e ai contributi
i bastardi fottuti, figurati se c'hanno orecchie per sentire
chi gli parla di riduzione dell'orario di lavoro
per loro se dopo otto ore di lavoro
sei stanco, fai una cazzata e muori
è un peccato e manco per la tua vita
quanto per la pensione che hanno cacciato
e comunque hanno risparmiato
rispetto all'assunzione di nuove persone a pieno salario
è questo lo straordinario obbligatorio
chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio
e dovremmo pure dirgli grazie
perché “offrono” lavoro

Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna

Alle volte mi ritrovo con la testa fra le mani
e penso, penso e rifletto: in Italia c'è un conflitto
una guerra che fa più di mille morti all'anno
tra lavoro e mala sanità, e dimmi tu
se questa qua non è pulizia etnica
cos'è come si chiama?
Quando uno che c'ha i soldi può avere tutto
e uno che ne ha di meno non ha diritto
nemmeno a un letto in un ospedale quando sta male
e se vuol farsi curare deve pagare
solo che coi soldi che gli danno quelli del lavoro interinale
c'è l'affitto da pagare, il bambino da mantenere
e cosa cazzo vuoi pagare un dottore
quando non sai nemmeno se tra due mesi
c' avrai ancora un fottuto lavoro
perché il lavoro interinale non è altro che
una prestazione occasionale di lavoro manuale
non qualificato, esattamente il caso in cui
il rischio d'incidente sul lavoro è quintuplicato
e tutto questo non è capitato
ma è stato pensato, progettato e realizzato
dal padronato in combutta con l'apparato decisionale dello stato
per il quale la vita di un proletario non vale non dico niente
ma sicuramente non vale il costo di un'assunzione regolare
con tanto di corso di formazione professionale;
è evidente il disegno criminale o no?
o sono io che sono pazzo?

Abbiamo un Problema


Il Manifesto è in grave pericolo.
Entro la fine dell'anno la Pirelli Re di Tronchetti Provera sfratterà il giornale dalla sua sede storica, in via Tomacelli, a Roma.
I giornalisti sono di nuovo senza stipendio, da febbraio (e guadagnano tutti la stessa cifra, intorno ai 1.400 euro, dal direttore responsabile all'ultimo - si fa per dire - dei redattori, tutti). La campagna abbonamenti è ancora sotto un migliaio di copie rispetto al minimo delle previsioni e, non avendo i bilanci in negativo, non si può chiedere lo stato di crisi.
Insomma entro settembre bisogna necessariamente trovare 1,5 milioni.
In momenti come questo, in cui le fonti d'informazione libera e soprattutto indipendente si contano sulle dita di una mano, non possiamo permetterci di svegliarci un mattina e non trovare più il quotidiano di Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e tutti gli altri grandi maestri di giornalismo, e di vita, che ogni giorno ci raccontano (o ci hanno raccontato) i fatti senza che nessuno dica loro come raccontarceli.
Il Manifesto rischia la pelle perché è fuori dal mercato pubblicitario, con le sue regole di funzionamento, di spartizione e di controllo. Rischia perché è un giornale, quindi già di per sè penalizzato a tutto vantaggio della televisione, efficientissima fabbrica di appiattimento delle coscienze, e rischia ancorpiù perché autonomo e indipendente. Il che, considerando l'attuale sistema omologato e omologante, non è affatto cosa da poco.
Dunque, cerchiamo tutti quanti, anche chi non si riconosce nelle idee sostenute dal "quotidiano comunista" (orgogliosa rivendicazione delle origini che, come dice lui, non rende giustizia) ma ha a cuore la Democrazia e l'informazione vera, quella fatta da giornalisti e non da addetti stampa, di fare la nostra parte, magari sottoscrivendo un abbonamento, oppure versando un contributo, seppur piccolo, a seconda delle nostre possibilità.

18 giugno 2006

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci...

Non mi spiego perché qualcuno riesce, pur con smisurato dolore, a lasciarsi alle spalle, e senza voltarsi indietro, il posto in cui è nato e cresciuto, i luoghi dell'infanzia, gli affetti e gli amici, perché la sola ricerca della felicità ha un prezzo elevatissimo, forse sproporzionato, e qualcun altro no, non ci riesce.
Mi chiedo cosa provochi, interiormente, il cortocircuito fra una sensibilità estrema, finissima, e l'orrendo contesto in cui questa viene esercitata, o vorrebbe esercitarsi.
Cerco di capire come può uno psichiatra comportarsi come un meschino impiegato del catasto.

Una croce su Crocetta

Dal 2003 ad amministrare il comune di Gela c'è Rosario Crocetta. Primo sindaco omosessuale (dichiarato) nella storia d'Italia, cattolicissimo, e comunista (vi viene in mente qualcuno?). Dopo aver militato nel PCI e poi in Rifondazione, si candida a sindaco della città del petrolchimico con i Comunisti Italiani. Alle elezioni del maggio 2002 viene dapprima dichiarato sconfitto per 107 voti, poi fa ricorso e a distanza di un anno il TAR della Sicilia, dopo aver ascoltato la conversazione telefonica in cui il boss mafioso della famiglia Di Giacomo dice ad un presidente di seggio che «avrebbe dovuto far di tutto pur di non far vincere il comunista finocchio», gli dà ragione e viene proclamato primo cittadino. Nelle indagini eseguite durante l'operazione antimafia "Imperium", nel 2003, emerge che l'anno prima, per le comunali, la mafia non solo fece votare contro di lui ma ne progettò l'uccisione tramite un killer venuto dalla Lituania, neutralizzato dalla polizia con il rimpatrio coatto.
«Nel 2002 - ha detto - le cosche mafiose andavano nelle campagne a chiedere di votare contro di me; il 25 maggio scorso, alle 22, in un capannone delle campagne a est di Gela, personaggi politici di centro-destra, eletti e non eletti, tra cui qualcuno di ruolo assai rilevante, hanno incontrato gente come i La Rosa, i Trubia, i Fontana». E ancora: «La politica non può prendere i voti dei mafiosi» e «C'è una parte dello Stato che fa la guerra alla mafia, una parte invece che ci va a braccetto».
In questi anni ha sconvolto i vertici della burocrazia: ha fatto ruotare i capi delle ripartizioni, preteso la certificazione antimafia su amministratori, consulenti e fornitori, blindato le gare, che si effettuano alla presenza delle forze dell'ordine, sospeso per «sospetta turbativa d'asta» l'affidamento dei lavori sul «contratto di quartiere» per il riordino urbanistico del villaggio Aldisio, e ha scoperto l'esistenza, nell'autoparco comunale, di numerosi mezzi nuovi, inutilizzati, dimenticati dalla burocrazia municipale, la quale ha chiesto ai privati, con rilevanti oneri, di erogare alla comunità quei servizi che l'amministrazione pubblica era già in condizione di assicurare grazie alle macchine di cui disponeva.
Più volte attaccato e minacciato di morte, ha dichiarato la sua ferma intenzione di voler collaborare «con quanti cercano di sollevare i tanti coperchi del sistema degli appalti a Gela: dall' indotto del petrolchimico, gestito da pochi "eletti", alla raccolta dei rifiuti, alle gare con un solo partecipante, alle gare con tanti partecipanti ma con la stessa offerta, ai lavori che iniziano e non finiscono, agli appalti aggiudicati a varie imprese ed effettuati sempre da pochissime imprese con gli stessi mezzi e con lo stesso personale.»
«Accanto a tutto ciò, la tragedia di una città che destina notevoli risorse a tali lavori senza aver visto i risultati». E conferma che l' appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani e le manutenzioni sono stati oggetto delle indagini dell'Antimafia in almeno due occasioni, con proposta di scioglimento del consiglio comunale, da due anni a questa parte. «Le cose che mi interessano veramente - afferma - sono le necessità della gente, la voglia di riscatto e il rinascimento dei cittadini di Gela».
Ebbene, leggo sul manifesto di ieri che il centrosinistra, la sua coalizione, ha firmato un documento, sottoscritto anche dal suo partito, il Pdci, che lo accusa di badare poco ai problemi della città «privilegiando più gli aspetti di protagonismo mediatico». «Il che, - scrive Massimo Giannetti - tradotto in termini più comprensibili, vuol dire che fa troppa antimafia.»
«Quasi tutti gli assessori si sono dimessi. Rosario Crocetta è praticamente isolato e nei suoi confronti si profila una mozione di sfiducia che, se avverrà davvero come minaccia l'Unione, avrà tutti gli ingredienti di un licenziamento politico.
In queste ore sono in corso tentativi di chiarimento, sollecitati sia dai vertici regionali dei partiti sia dallo stesso Crocetta, che per lunedì ha convocato un vertice dell'alleanza. Ma il clima volge in tutt'altra direzione. Tant'è che l'incontro molto probabilmente salterà per l'opposizione del leader dei Ds nisseni, Lillo Speziale, neorieletto all'Assemblea regionale siciliana, che capeggia la fronda anti Crocetta: «Lunedì non ci sarà nessuna riunione - taglia corto il boss della Quercia. Crocetta sta creando un solco tra i partiti dell'Unione. Deve capire che qui è in gioco il futuro del centrosinistra: non possiamo consegnare la città alle destre. Lui deve convocare il suo partito e attraverso il Pdci si può aprire la discussione con gli altri». Un invito, questo, che lascia intravedere un gioco di sponda tra il capo dei Ds e il segretario (dimissionario) del Pdci gelese, Salvatore Morinello. Nella minacciata sfiducia al sindaco un rulo non secondario lo svolge infatti anche l'ex deputato regionale, primo dei non eletti nel Pdci alle recenti elezioni politiche nazionali e attualmente ai ferri cortissimi con Oliviero Diliberto proprio per la mancata elezione alla Camera. Per andare a Montecitorio Morinello sperava che Diliberto, capolista del Pdci in Sicilia, optasse per un altro collegio, ma così non è stato e il partito (che a Gela ha il 24 per cento dei consensi) si è ulteriormente diviso alle recenti regionali con lo stesso Morinello che avrebbe dirottato voti a favore di Speziale.
Qualche malizioso fa notare che l'insofferenza dei big dei Ds e del Pdci sia in realtà cominciata prima delle regionali, esattamente quando qualche mese fa è venuto a galla il marcio che giaceva nell'indagine su mafia e politica al petrolchimico e nella quale sia Speziale sia Morinello erano stati intercettati in telefonate poco gratificanti. L'inchiesta, iniziata nel 2001, era rimasta insabbiata per molti anni. Nel 2004 Crocetta ne aveva sollecitato la prosecuzione».

Ecco.
Mi risale in mente una cosa che dice Fabrizio De Andrè nella sua Nella mia ora di libertà:
«Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.»

14 giugno 2006

La pazienza ha un limite, Pazienza no!

Appena tornato dal lavoro. Mi butto sul divano e mi accendo una sigaretta. Accendo la tv e m'imbatto nel question time alla Camera.
C'è Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà Sociale, con delega alla Droga. Le dichiarazioni fanno ben sperare. Afferma che è necessario cambiare la nuova legge sulle droghe, che nell'azione di governo vuole muoversi secondo quattro principi: prevenzione, cura, riduzione del danno e lotta al narcotraffico. Fa presente che, se è giusto ritirare la patente o il motorino a chi si mette sballato alla guida, lo è un po' meno se il tipo la canna ce l'ha ancora in tasca, e se la fa quando arriva a casa.
Mentre l'onorevole (?) Pedrizzi - con alle spalle un Ugo Lisi che dire irritante è un eufemismo - dichiara che: "Quanto alla conferma di Ferrero circa l'intenzione del governo di fare strame della legge Fini antidroga e antispaccio per ritornare ad una politica pro-droga e pro-spaccio (sic), l'Unione dovra' fare i conti con la nostra dura opposizione in Parlamento!".
E il mitico Giovanardi, nel suo intervento, dopo la solita lotta sui numeri (10% si, 10% no, aspettiamo le statistiche...) accusa il ministro di aver parlato di "migliaia di arresti", mentre lui è convinto che ne hanno arrestato uno, uno solo. Fa pure segno col dito.
Nel vedere tutto questo bailamme di gente rispettabile che vuole occuparsi dei poveri tossici, mi è venuto in mente Detective Mama, un fumetto di Andrea Pazienza.

12 giugno 2006

Saluti agli amici del blog!

07 giugno 2006

La nostra generazione


Holaaaa compagnerossss!!
sono lieto di scrivere in un "nostro" blog, era puru ura!!!
e per questo dobbiamo ringraziare il compagno Alfredo che ha avuto a differenza di qualcuno (vedi me!) la buona volontà di fare uno spazietto libero per poter discutere, scherzare e incontrarsi!! GRAZIE ALFREDO!!!




Riporto di seguito una mail che mi è stata inoltra:

Lo scopo di questa missiva é quello di rendere giustizia a una
generazione, la nostra, quelli che vedono la casa acquistata allora dai
nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la
propria fino ai 50 anni.
Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna,
non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum
per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di
Italia '90.
Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo
ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di
quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
Babbo Natale non sempre ci portava ciò che chiedevamo, però ci
sentivamo dire, e lo sentiamo ancora, che abbiamo avuto tutto,
nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto,
e nessuno glielo dice.
Siamo l'ultima generazione c he ha imparato a giocare con le biglie, a
saltare la corda, a giocare a lupo, a un-due-tre-stella, e allo stesso
tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai
parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.
Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante
e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande
bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca
le abbiamo avute dopo i 10 anni.
Andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non
Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stai gli ultimi a
fare la Maturità e i pionieri del 3+2...
Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci
Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills (ti piacquero allora,
vai a rivederli adesso, vedrai che delusione).
Abbiamo pianto per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di
Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato
con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon. Siamo
una generazione che ha visto Maradona fare campagne contro la droga.
Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co. e
quelli per cui non gli costa niente licenziarci.
Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non
avessimo vissuto nessun avvenimento storico.
Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro
di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella
Stanza Ovale; siamo state le più
giovani vittime di Cernobyl; quelli della nostra generazione l'hanno
fatta la guerra (Kosovo, Afghanistan, Iraq, ecc.); abbiamo gridato NO
NATO, fuori le basi dall'Italia, senza sapere molto bene cosa
significasse, per poi capirlo di colpo un 11 di settembre.
Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque
altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che
internet sarebbe stato un mondo libero.
Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di
Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in. Siamo la
generazione che andò al cinema a vedere i film di Bud Spencer e Terence
Hill. Quelli cresciuti ascoltando gli Europe e Nik Kamen, e gli ultimi
a usare dei gettoni del telefono.
Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta.
Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba
erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di
zucchero come resto.
L'hamburger lo chiamavamo svizzera!!
Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi
giocare..."), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a
forma di mattoncino, dei Puffi, i Voltrons, Magnum P.I., Holly e Benji,
Mimì Ayuara, l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iride lla, He-Man,
Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le
Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con
l'ascensore. La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla
fine vanno insieme.La
generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un
riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno
è la favorita...
L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi
della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni.
L'ultima generazione degli spinelli...
Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi:
viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e
senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di
sindrome da classe turista.
Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con
chiusure a prova di bambino.
Andavamo in bicicle tta senza casco né protezioni per le ginocchia o i
gomiti.
Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle
penitenze era bestiale.
Non c'erano i cellulari.
Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una
cartella che raramente aveva glispallacci imbottiti, e tanto meno le
rotelle!!
Magiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi ,al limite uno
era grasso e fine.
Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai
infettato.
Ci trasmettevamo solo i pidocchi a scuola, cosa che le nostre madri
sistemavamo lavandoci la testa con l'aceto.
Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali
televisivi, dolby- surround, cellulari, computer e Internet, però ce la
spassavamo
tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto;
bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non
imbottigliata, che bevono anche i cani!
E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e
giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una
chat dicendo :) :D :P
Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo
imparato a crescere con tutto ciò.
Tu sei uno di nostri?
Congratulazioni!
Invia questo a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di crescere come
bambini.



Ciao beddhri!!

06 giugno 2006

Mandateci i vostri figli

Ne è morto un altro. Si chiamava Alessandro e aveva 25 anni. Come me.

E' ora che quei ragazzi (tutti meridionali) rimasti ancora lì si rendano conto di quante cazzate gli hanno ficcato in testa prima di partire, facciano la valigia e tornino subito a casa.

Basta morti di figli del popolo. Vorrei tanto che i signori della guerra provino come ci si sente a vedere il cadavere del loro bel principino distrutto da una bomba...

04 giugno 2006

A sud del Sud, ovvero...

Benvenuti.
Mi è sembrato bello dare questo nome al blog perché quella definizione che Carmelo Bene dà del Salento penso esprima al meglio anche la mia idea di Salento, che naturalmente non sarei mai stato in grado di illustrare in così poche, magnifiche righe come al contrario fece lui (e ci mancherebbe altro).
Credo di averlo sempre pensato.
Certo, sicuramente la lontananza tende a farmelo mitizzare questo Sud, a lasciarmi alle spalle gli aspetti negativi, che esistono, e che troppo spesso finiscono per risucchiarsi inesorabilente ogni umore di chi è rimasto, per scelta o per necessità.
Ma come ha detto Alessandro Coppola:
"Con la propria terra spesso si ha un rapporto di amore e odio. Essere innamorati della propria terra, rinnegarla, è come tentare di dimenticare qualcosa, alla fine è più forte la voglia di parlarne, di descriverla, di usare le sue espressioni tipiche, il dialetto... Non si può cancellare quello che fa parte del tuo essere te stesso."

Buon principio a tutti.
oòoòl